
Improvvisamente la solitudine batte,
schiocca i suoi attimi quando meno te lo aspetti
amabilmente schiaffeggia superfici d’orgogliosi volti,
brutalmente accarezza le acidule lacrime prodotte, preziose e timide nell’uscire verso il realmente irreale.
Poi velocemente scompare,
Ne rimane che un sottile dolore di sottofondo,
un respiro inconsapevolmente affannato....
così insostenibile anche l’aria più leggera e rarefatta,
sotto un peso enormemente assente.
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E’ bello riguardare vecchi pensieri.
Rileggerne i versi capovolti, può nascondere che in fondo, parte di quel che sono ora l’ho sempre saputo…ed emozionarsi per questo non è reato…
Già, è proprio bello non sapere dove si sta andando.

Spesso, cerchiamo di dissolvere le paure attraverso i sogni,
ma il risultato non è scontato,
piene le fosse di progetti in malora,
sature le liste dei buoni propositi….
Avendo avuto molte vittime annegati tra i disagi,
cerco di alleggerirne la pena,
scendendo a coscienti compromessi con due muse..
Vivon tra vesti cineree,
respirano sguardi subdoli e delicati,
si sazian di emozioni illogiche,
dormono abbracciate al subconscio…
Musica, il nome della prima, Parole, la seconda.
Signore del mio Se,
menti dell’ignoto,
disegnano in rettilineo un cerchio di sicurezza,
che espandono e contraggono, secondo un respiro che gioca a dadi con il confine del rischio.
Che siano sempre di attesa anche loro di scegliere, ascoltare e vivere un viaggio?
Chissà…
Un giorno, Se volete, riponete la risposta nella mia mano....
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La malinconia è un sensazione in astinenza da sogni…
La paura la coperta per l’insicurezza…
Il silenzio un’amnesia della tristezza.
La solitudine confidente delle indecisioni.
Che strane abitudini hanno queste mie visioni,
Vivono come se non avessero mai previsto d’esser libere
Svanendo poi all’alba d’ogni giorno
Lasciandomi con l’effimero senso d’incompiuto notturno
Abbandonandomi ad una giornata sempre troppo lunga da esistere
Che bello però, oggi c’è il sole anche per loro….
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Nel mio cervello, in una stanza remota, dove non c’è tempo per far passare il tempo,
si trova in fondo, accostato ad un muro di ricordi, uno sgabello di noce moscata ed un pianoforte nero ebano, entrambi sempre in attesa, che una solitaria anima di passaggio, ne accarezzi con le sue timide dita il bianco e sfiori il nero…
regalandogli in cambio, lo splendore di vibrazioni invisibili.
Saltuariamente,
riconosco alcune di loro produrre le dense sensazioni sonore,
ma mai le sento arrivare,
come se avessero passi di nuvola e dita d’oro.
Ieri notte invece, 33 passi ho inteso avvantaggiarsi rispetto al silenzio che li attorniava,
ed un familiare volto, proprietario di quel cammino, ho visto accomodarsi davanti a quel piano,
portando le mani inanellate sopra alla tastiera inaspettatamente ansiosa.
I lesti movimenti di quelle lunghe dita acute, non tratteggiavano le abituali armoniche misure,
ma eseguivano serie di nuove note dissonanti.
Snocciolando pericolose sequenze di accordi, dove crome e biscrome non avevano più forza per aggrapparsi a quel pentagramma bislacco, una pioggia di ritmi convulsi,
cadevan senza dolore su uno strano tappeto tessuto con contrappunti incompiuti.
I suoni,
preoccupati da quella mancanza di sicura consuetudine, cominciarono sempre di più ad inasprirsi;
si disaccoppiavano accordi in maggiore,
si accoppiavano disaccordi in minore.
Piccole note in bemolle cercaron di scappare, indolenti a quelle alterazioni continue.
Un sofferente do diesis si spostò, cercando di non farsi percuotere da un mignolo,
vissuto fin a quel momento in una mano bizzarra, multiforme,
capace di sfiorare,
come la brezza sfiora un letto di rose,
capace di colpire,
come un maldestro martello percuote un chiodo troppo curioso,
uscito appena dal muro solo per capire se ci fosse dell’altro,
oltre il sostenere le apparenze su intonaci di falsità...
Le corde,
le sole, che sempre colpite dovrebbero esser le prime a desiderar di fuggire,
inaspettatamente non si muovettero dalla loro tesa posizione.
Come in una rituale, attesero che i loro magici intrecci metallici venissero percossi dai soffici battenti, quest’ultimi candidi e strampalati corrieri, tramite unico tra le mani di chi era seduto su quello strano sgabello e le mute emozioni che cercavano di gridare senza rumore...
Un prodotto sonoro imponente, cominciò invisibilmente ad occupare la stanza.
Vibrazioni soniche disperate,
oscillazioni timbriche gentili,
tutto ciò che era suono,
tutto ciò che era rumore,
gonfiò pareti dapprima solide,
poi cartapesta dinanzi a composizioni sofferentemente vive come non mai...
Semitoni in successione,
alterarono la salda geometria del muro innalzato da anni di flashback..
Continue scale armoniche,
segnarono quelle pareti rivestite da calce viva di rimpianti ...
Ottave impossibili,
plasmarono una mano di vento decisa ad aprire la porta che divideva i sogni dagli incubi
Trilli impazziti,
si lanciarono come sassi verso finestre affacciate su sconosciute vite alternative.
Il corpo,
non accennò movimenti, timoroso d’alterare quel concerto d’equilibrio.
Le orecchie,
nell’assaporare quei fraseggi, cercarono di far perdere tra i loro labirinti quel soave passaggio, senza riuscire nel loro tentativo di commovente ossessione del bello,
urlarono così di gelosia, impazzendo, perché coscienti d’esser solo un tramite per l’impudente memoria, recettore ultimo di quel sonoro, unica e sola a poter aver gli strumenti chimici per tradurre quelle vibrazione invisibili.
Gli occhi,
impauriti per quella anonima posizione privilegiata,
spaventati nell’idea d’osservar il volto di chi subbugliava in un disordine piacevole, un corpo in apparente calma,…cercarono l’ultima spiaggia per fuggire, chiudendosi dietro palpebre trasparenti, incoscienti che dell’effimera azione non poteva che rimaner la delusione di un risultato inaspettato,
non la fine di quello strano incubo….ma l’inizio di un nuovo sogno,
avrebbero comunque visto il loro stesso volto, il mio volto…
Così, fu tutto questo, ed ora sono qui ad osservare….
Sono io a sedere sul profumato sgabello..
sono io a suonare..
sono io a sfiorare la polverosa tastiera con le mie dita inanellate,
sono io a godere dei miei stessi accordi
singhiozzando di una vita scritta su un pentagramma bislacco,
ma ancora in tempo per riempirlo con nuove note ancor più dissonanti,
guardando allo stesso tempo i muri scalfiti dalla mia stanca anima,
le finestre rotte dove passa il vento di una vita passata, ma che si affaccia su un futuro incerto ma presente
….mi giro…
La stanza è proprio come la desiderio in ogni tenebra…
Ma questa notte la voglio sognare in un modo nuovo, il muro dei ricordi ci sarà ancora, ma gli accordi veglieranno i miei incubi … così mi sentirò meno solo.

Pensavo fosse più facile affrontare il freddo,
nell’effimera attesa di una nuova stagione
ma sto vivendo solo un precaria pace temporanea,
è quindi ora di nuovo d’incamminarsi?
I piedi sono pronti, stanchi e stantii del troppo riposo
altresì la neve, soffice quanto basta per accoglierne le orme,
la testa forse, ancora non lo è, ma probabilmente le basterà volgersi
osservare cosa lascia in sicurezze e cosa non troverà in soluzioni;
preferirà si, questo nulla da riempire……?

Esistono…?
Esistono note più fragili del suono di un rimpianto?
Ascolto persone sorde
Esistono piacevolezze più acri del sapore di un rimorso?
Mangio su tavoli individuali pensieri insipidi
Esistono terreni scoscesi dove incontrare pensieri instabili e coraggiosi?
Cammino su pianure desolate prive di ideali a tracciar la carreggiata
Esistono ragion d’esser in un mondo da scoprire?....
Dormo in un buio nascosto alle circostanze....
Ma dimmi esistono gli uomini?
Non saprei che dirti io vivo sulla terra.
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Qui da me, spesso le emozioni, eludendo anche le più moderne psicodifese entrano senza chieder permesso..
Tante ne entrano…cento ne escono,
come se non fossi molto interessante come posto da vivere.
Di recente ne è entrata una,che più volte ha sporcato l’ingresso della ragione,
ma mai come ora ha cercato di renderlo indelebile,
forse si è la più forte,
comunque la più oscura……................ Paura........
Che emozione puttana…. dalle cento madri sempre incinte!
Puoi vivere, pensare, toccare o fare,
ma c’è sempre un sottile, invisibile e tetro cordone ombelicale
pronto ad esser reciso per una tua insaputa voglia di vivere
Pensateci……..
E’ un’emozione bastarda….. si veste da provocante geisha,
e tu da cialtrone vouyer a lei ti avvicini,
ignaro che l’accorciar la distanza tra le due bramosie,
lascerà in terra il suo urlante nero fagotto e cupe tracce di fughe impietose…
Dopo sei solo,
solo, con in terra un generatore di dolore,
ed il sudore misto alle lacrime come unico carburante per provare a fuggire…
Gia, la fuga,
riflesso spontaneo di salvezza,
ma buono solo a sottrarti temporaneamente da quelle grida strazianti
Ma tu,.. scappi comunque,
….smarrimento…,
solo come non mai! salti, corri!
nascondendoti dietro ad inutili bastioni difesi da sogni infranti,
ma all’udito quel pianto, è sempre li.
….affanno…
ed allora evadi ancora,….
arrampichi su angoli sempre più sconosciuti ed impervi della tua vita,
ma camuffato da appiglio sicuro eccolo di nuovo.
….fatica…..
ed allora fuggi più veloce
districandoti tra i rovi delle false amicizie, forse li non ti ritroverà,
ma eccolo li il buio fagotto,
occultato da quella stretta di mano tanto falsa quanto fredda di chi assomiglia ad un amico.
…..angoscia….
allora scappi ancora ma riesci solo a camminare,
perché l’inquietudine ha preso il posto dei tuoi muscoli,
perché sei arrivato nell’angolo ancor più remoto e indefinito della tua essenza,
dove le albe scure fanno compagnia a lune afflitte ed umide.
Sei giunto sulla riva dei ricordi.
Ultimo baluardo per una salvezza che sa tanto di sconfitta.
…solitudine ….
per quell’illusione involontaria su un ultimo modo per sottrarsi ad una pena ancora maggiore,
tingi il tuo corpo con il fango tumido dei rimpianti,
mimetizzandoti con i colori della malinconia,
cominci così ad attraversare le nostalgiche acque stantie
dimenticando, che la puttana ha più volte vissuto in attesa tra le nebbia dei tuoi stessi ricordi.
….silenzio…
ma ormai sei a largo,
ed anche se le acque cominciano a piangere e si fan più scure
ora non ne potrai più fuggire ,
cerchi di dimenarti e scappare dal quel pianto sempre più isterico.
ma perché questa inutile fatica,
stai affondando nei tuoi stessi desideri infranti
nelle delicata fanghiglia dei rimpianti
ed ora tutto intorno a te si sta allontanando
fino al momento in cui anche tu diverrai l’ombra di un ricordo.......
.....la fine..…
….bha….Il giorno che sentirete urlare dentro di voi
Il giorno che sentirete combattere sogni ed incubi
E ritroverete tra le vittime della battaglia le vostre inquietudini nascoste da un cupo e nero fardello
Piangete ma non fuggite,
guardatelo senza pensare al timore del nome che porta
potrete così comprendere che si può anche affrontare
e che non è ancor tempo di far parte dei ricordi…..